Nostalgia canaglia

Il lockdown, periodo stressante, pieno di paure ed incertezze per il futuro ma, lo ammetto, per chi come me ha continuato a lavorare ha avuto qualche piccolo risvolto piacevole in mezzo a tanto dolore.

Devo fare una premessa….

Vivo in un luogo dove il codice della strada è uno strano termine che non appartiene alla maggior parte della popolazione.

Mi spiego meglio, se in tutta Italia notoriamente in assenza di stop ad un incrocio passa prima chi ha la destra libera e poi gli altri in senso orario qui… rombo di motori, sguardi assassini occhi negli occhi e il più coraggioso ed impavido passerà.

Ecco, non essendo di qui originaria ancora sento particolarmente lo stress dell’autista ligio al dovere civico che mette le frecce, si ferma agli stop o a far passare i pedoni. Solitamente quindi quando guido, il mio sottofondo musicale sono i clacson degli altri soldati della strada e insulti dal più banale al più colorito e anzichenò interessante.

Non parliamo poi dei parcheggi.

Mentre gli altri alla vista di due centimetri quadrati liberi riescono ad inserire anche auto stile limousine, non curandosi se questi si trovino in curva, su strisce pedonali, passi carrabili o sui piedi di qualcuno, io sarei capace di girare ore ed ore a cercare il parcheggio perfetto.

Da qui nasce la mia esigenza di partire con notevole anticipo se ho degli impegni ad un orario specifico per poter tranquillamente trovare il posto giusto anche se lo stesso si dovesse trovare a chilometri di distanza dal luogo dell’appuntamento.

Tutto ciò potrebbe anche andare bene in giornate primaverili con temperature gradevoli e senza acquazzoni all’orizzonte, ma vi assicuro che farlo in altri periodi dell’anno ha degli svantaggi davvero notevoli.

In un paio di occasioni, forse anche più di un paio, ho maledetto la mia mentalità zelante, guardando, a dire il vero, con una certa invidia coloro che parcheggiavano con un certo savoir-faire le loro macchinone nei luoghi più impervi scendendo perfettamente sistemati dai loro veicoli mentre io ansimavo per la maratona appena affrontata.

E come d’incanto durante il lockdown lo stress della guida non esisteva più.

Le strade deserte, le rondini che cinguettavano allegre e i fiori colorati che facevano capolino dagli angoli delle strade. Almeno questo è il mio ricordo un po’ fiabesco e colorato ma essendo stato un periodo di favole, cartoni e giochi vari per ore ed ore, sette giorni su sette, potrebbe anche darsi che il mio ricordo non sia esattamente realistico ma frutto di una mente sull’orlo dell’esaurimento da animazione spinta.

Chilometri e chilometri di parcheggi disponibili, nessun clacson ma al limite la musica della mia macchina a tutto volume con relativa folle, io per intenderci, che cantava a squarciagola.

Almeno di giorno, perché al calar della sera tutto sembrava più spettrale e nella mente ai cartoni si sostituivano milioni di scene di film apocalittici, tanto che mi sono chiesta più volte per quale diamine di motivo ne ho guardati così tanti in vita mia.

Dalla serie, di giorno non ci penso e appare tutto bellissimo, la notte paura, tanto che alla fine sognavo anche il momento di rivivere quei momenti folli in mezzo al traffico.

Quando finalmente arrivò il gran giorno ferma in coda, dopo i primi colpi gentili di clacson da mea culpa, ero rea di essermi fermata a quel semplice avvertimento che in altri luoghi nominano stop, dopo le prime macchine e motorini che mi tagliavano la strada, cominciai a rivedere con gli occhi del cuore le strade sgombre e dimenticando le brutture del periodo, nel mio pensiero cominciai ad udire solo dolci note: “Nostalgia, nostalgia canagliaaa”

L’inizio dell’unico caso di sindrome dell’uscita della capanna, degli altri!

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