Sinfonia n° 1 – Parte prima

“Diamine!” pensò chiudendo la porta dietro di sé “L’aria è davvero pungente! Credere che fino a qualche ora fa sembrava di essere in primavera”.  Incominciò a camminare. Quel se pur breve tragitto dalla casa alla posta le sembrava ricco di sorprese. Eppure nulla intorno, per un occhio non esperto, sarebbe parso anche minimamente interessante.

“Perché mai ho messo questi tacchi!” rimproverò a sé stessa “Di certo un bel paio di scarpe da tennis sarebbero state l’ideale”. Pensò mentre percorreva quella stradina piena di buche sulle quali le sembrava di fare equilibrismi notevoli per non ritrovarsi con le terga ben piantate sull’asfalto.

Girando l’angolo si trovò nella via principale. Certo che sicuramente quella stradina di principale non aveva un bel niente. Neanche un’anima passava, neanche una piccola macchina. Continuò a camminare.

Toc! Toc! Toc! Toc! Strussssccc… Toc! Toc! Toc! Toc! Strussssccc… Toc! Toc! Toc! Toc! Strussssccc…

Ascoltava il suo passo. Cadenzato e sempre uguale, anche nella scivolata del piede destro. Quasi un ritmo incalzante che si ripeteva costante. Continuò ad ascoltare e mantenendo rilassata l’andatura la musica della sua camminata non presentava mutamenti.

Ma ecco un cagnolino scodinzolante catturò la sua attenzione. Sembrava velare leggero sul marciapiede. Con passo deciso percorse la strada e scomparve all’interno di una piccola bottega di alimentari.

“Forse avrà dimenticato il latte” si disse con un sorriso ironico. Percorse quasi in un baleno quei pochi metri che la separavano dal negozio. Era decisamente curiosa di vedere cosa stesse facendo quel piccolo quadrupede dal musino simpatico.

Appena arrivata lo vide là, beatamente seduto, aspettando un non specificato nonsoché. Si voltò un secondo, sentendola passare, e rimise il nasino attaccato al vetro.  Non calcolò neanche la mano di lei protesa per farsi annusare. Liggio al suo canino dovere di attesa di un qualcosa il cui segreto era ben custodito in quei occhietti neri e vispi.

“Pazienza” rimuginò lei “Magari avremo un’altra occasione per fare amicizia”. Ricominciò il suo piccolo viaggio.

Poco più avanti, sul cornicione di una casa, facevano bella mostra di sé dei sassi. Erano di diverse dimensioni ma sistemati con tale cura da sembrare l’opera di un artista o forse chissà di un mago che li avevi lì posti per un qualche rituale di protezione per sé ed i suoi cari. Vi erano sassolini bianchi, altri neri e rossi e tutti avevano qualcosa in comune, erano stati portati lì sicuramente dalla spiaggia che era di fronte, testimoni silenziosi di avventure mirabolanti o semplicemente delle chiacchiere dei bagnanti.

Il mare! Eccolo! Si udiva! Con quella voce calma e strascicante, sempre uguale, ritmica ma in fondo così diversa ad ogni nota. Un canto soave che raggiunge anche la più recondita parte dell’essere.

Sarà stato il canto del mare ad affascinare il buon Ulisse, non le sirene ma il mare stesso che richiama a sé coloro che non possono fare a meno di amarlo di amore così profondo e viscerale come quello che una madre prova per il frutto di sé.

(Fine prima parte)